L'autore anglicano e il futuro santo si scrissero a lungo, in latino e parlando di fede, unità dei cristiani e persino del ruolo di Hitler.Di Roberto Beretta (Avvenire)
Un santo non molto brillante a scuola, ma che scrive lettere in latino. Un protestante che sceglie la lingua di Santa Romana Chiesa per intrattenere rapporti epistolari con un prete cattolico che non conoscerà mai di persona. Un grande della carità e un intellettuale. Un precursore dell'ecumenismo e un «cattolico mancato». Due strani amici.
Adesso si capisce perché di C.S. Lewis - scrittore che torna alla ribalta grazie alla versione cinematografica delle sue Cronache di Narnia - non si citano quasi mai i nomi di battesimo: perché egli stesso quegli appellativi di Clive Staples, così gallesi e impostigli dai genitori, non li amava e preferiva farsi chiamare Jack; come la bandiera britannica, simbolo antipapista quant'altri mai nella cattolica Irlanda dove Lewis nacque per accidente nel 1898. Eppure l'ateo convinto della giovinezza («Credevo che Dio non esistesse e in più ce l'avevo con lui perché non esisteva») si trasformò nel cristiano autore delle Lettere di Berlicche, che nel dopoguerra conquisteranno un futuro santo come don Giovanni Calabria, prete veronese della carità.
Fu infatti don Calabria - che, nonostante i moltissimi impegni a favore della gioventù, non si negava al dovere della lettura (memore forse delle rampogne dei professori che, in seminario, lo giudicavano tardo d'ingegno) - a leggere il libro di Lewis e a rimanerne talmente entusiasta da contattare lo scrittore anglosassone. In che lingua? Ma in latino... Il sacerdote era anche appassionato d'ecumenismo ed era solito scrivere a varie personalità non cattoliche o ebree che gli ispirassero fiducia, stringendo rapporti d'amicizia improntati al desiderio di unità. Ed evidentemente anche nell'anglicano Lewis colse quel filo-cattolicesimo che aveva indotto molti a crederlo seguace di Roma (mentre l'amico e confidente Tolkien, cattolicissimo, fu spesso considerato un cripto-pagano per le sue saghe folte di maghi).
Dunque il fondatore dei Poveri Servi della Divina Pro vvidenza il 1° settembre 1947 si rivolge Praeclarissime ut frater («Chiarissimo fratello») all'intellettuale britannico per parlargli dell'«auspicatissimo ritorno dei fratelli separati all'unità del Corpo di Cristo che è la Chiesa... Mi sembra nel Signore che anche lei possa essere di molto aiuto in quest'opera, per la grande autorità di cui gode». Lo scrittore, che aveva studi classici (pare che Narnia derivi dal nome antico della città umbra di Narni) e masticava il latino meglio del corrispondente italiano, risponde appena 5 giorni dopo: «Io laico, anzi laicissimo, mi sono sforzato di... esporre in libri specifici quelle cose che ancora, per grazia di Dio, sono comuni alle due confessioni».
Ne seguirono fino al 1954 (anno della morte di don Calabria) una trentina di lettere, pubblicate e tradotte nel 1995 dal sacerdote calabriano don Luciano Squizzato in Una gioia insolita (Jaca Book). «Sono gli anni migliori di Lewis - nota Paolo Gulisano, che dell'autore anglosassone è divenuto il primo biografo italiano grazie al recente Tra Fantasy e Vangelo (Ancora), in cui un capitolo è tutto dedicato allo scambio di posta col futuro santo veronese -, come letterato e come uomo. È il periodo in cui pubblica infatti le Cronache e quello in cui incontra la moglie Joy». E, anche se Lewis non venne mai in Italia e i due corrispondenti non si conobbero nemmeno in foto, «risulta evidente - nota don Squizzato - che il rapporto con don Calabria fu un'amicizia serena, gioiosa, generante mutua confidenza».
Il reverendo italiano raccontava al grande scrittore le cronache della sua nuova congregazione, l'ex puritano chiedeva al sacerdote spiegazioni della Bibbia e preghiere. Ma anche, con gusto tutto british della libertà e del paradosso, rivolgeva per esempio al corrispondente veronese una recriminazione contro «quel pestifero Rinascimento che hanno creato gli umanisti» e che ha «distrutto il latino» col quale «ancora oggi potr emmo scrivere a tutta l'Europa», o persino una singolare "apologia" di Hitler il quale, «pur senza volerlo e senza accorgersene, giovò moltissimo alla Chiesa» in quanto la sua «superbia e bestialità» hanno generato per contrasto «una carità maggiore o un minore odio tra i cristiani». Idea su cui Lewis tornerà nelle Lettere a Malcom, uscite postume: «Una volta parlai con un pastore che aveva visto Hitler... "Che aspetto aveva?", gli domandai. "Come quello di tutti gli altri uomini - mi rispose -, cioè simile a Cristo"».